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CAPITOLO 28

Aggiornamento: 30 apr 2021

DATA, 03/12/2264



La prima settimana fu massacrante, tanto che una mattina non mi alzai in tempo dal letto e arrivai a rapporto dal capo sezione con due minuti di ritardo, che mi costò subito una nota di demerito, seguita prontamente da un richiamo scritto per la mia uniforme in disordine. Sull’Enterprise due mancanze così, sarebbero state liquidate con un rimprovero verbale e delle scuse, ma la Soval non era l’Enterprise e tutto doveva essere svolto alla perfezione.


Il rendimento era valutato in secondi, ogni lavoro aveva un tempo medio di lavorazione e quel tempo medio andava rispettato. Se non ce la facevi, dovevi fare rapporto e spiegare le cause, se si accertava che era stato dovuto a una mancanza d’impegno, il capitano ti chiamava a rapporto ed egli stesso personalmente, lasciava sul tuo ruolino personale una nota di demerito. Qualunque azione quotidiana, era possibile fonte di controllo e relative note o richiami.


Gli allenamenti in palestra erano la cosa più massacrante, quelli sull’Enterprise erano da bambini al confronto! Anche gli allenamenti, erano valutati sia nell'impegno, sia nella cura degli attrezzi che della tuta.


Durante gli allenamenti, veniva ricreata la gravità di Vulcano e per me, abituata alla gravità terrestre, voleva dire fare una fatica doppia, soltanto per sollevare un attrezzo o fare un semplice movimento. Fortuna, che durante il normale svolgimento delle attività lavorative, la gravità, per la sensibilità delle attrezzature, (che sono standard per tutta la Federazione) veniva tenuta a 1g terrestre.


Se la prima settimana su tante cose portai pazienza e cercai di ambientarmi, a metà della seconda a causa dei ritmi di lavoro, che mi lasciavano poco tempo sia per riposare, che per metabolizzare ciò che dovevo trattenere dal non dire, per non avere problemi, al quarto tentativo non riuscito, di riparare un circuito, con il capo sezione che non faceva altro, che farmi notare come scorresse il tempo, persi la pazienza.


Mi alzai di scatto da sotto la consolle e prima che avesse il tempo di capire cosa stesse succedendo, lo presi di forza per il bavero e senza quasi che me ne accorgessi, lo alzai dal pavimento di un paio di centimetri, ma sufficienti, per sbatterlo contro una parete e sibilargli fra i denti, quanto mi avesse scocciato con quel suo atteggiamento da cronometro vivente.


La faccenda finì a rapporto dal capitano, dove venne evidenziata la mia mancanza di autocontrollo, il mio grado venne abbassato a cadetto del terzo anno di Accademia (così avrei dovuto chiamare “signore” pure la guardiamarina con cui dividevo l’alloggio, ottimo!) e allungato quattro giorni la mia permanenza sulla Soval.


La mia uniforme divenne totalmente bianca, fatto salvo per i polsini della blusa che avevano tre strisce orizzontali rosse. I compiti da svolgere divennero di mera manovalanza, nessuna responsabilità e col dover dire “sì, signore” a chiunque mi desse un ordine, dato che anche l’ultimo guardiamarina neodiplomato, comunque, mi era superiore di grado.


La furia in me per quella situazione, stava però pericolosamente montando, cercai rifugio nella meditazione e nel mantenere alta la speranza, che presto sarebbe tutto finito. Ma una notte, non riuscendo a prendere sonno, mi alzai, uscii con circospezione dall'alloggio e me ne andai in palestra e con la proiezione olografica di un avversario, mi sfogai.


Quella notte riposai per appena due ore, riuscii ad essere efficiente fino all’ora di pranzo, quando seduta al tavolo, invece di mangiare, mi addormentai con la testa appoggiata sul braccio, venni svegliata da un liquido freddo che sentii scivolare sulla testa. Era acqua. Un tenente teneva sopra di me una brocca e il suo sguardo divertito mi fece avvampare, ma dietro di lui ce n’erano altri tre.


Ero troppo stanca anche solo per arrabbiarmi e così mi alzai e me ne andai nel mio alloggio. Mi sistemai e ripresi servizio. A pomeriggio inoltrato, senza che io mi ricordassi la causa, mi ritrovai sdraiata sul lettino dell'infermeria.


«Che mi è successo?»

«Siete rimasta priva di sensi per tre ore e trentadue minuti e dieci secondi e ancora i vostri livelli vitali sono molto bassi. Inoltre, avete la febbre, quindi per il momento rimarrete qui.»

«Ciò sarà fonte di note di demerito? O allungamento di permanenza su questa nave?»

«Per queste informazioni dovrete chiedere al capitano, noi non lo sappiamo.»


La conversazione terminò lì. Non ricordo se persi nuovamente i sensi o se mi addormentai. Fui molto stupita però, quando mi svegliai di sentire qualcosa di diverso ai lati della testa. Mi toccai e scoprii con mia grande meraviglia che mi erano state trapiantate le orecchie. Mi alzai, di colpo, a sedere sul lettino e con fatica mi alzai e andai a specchiarmi: erano vere orecchie vulcaniane!


«Sono stati ricostruiti i capillari e le terminazioni nervose. Potreste sentire dei fastidi per i primi giorni, ma poi il fastidio passerà. Chi ve le aveva tolte doveva avere una certa abilità chirurgica, poiché le terminazioni nervose, non erano danneggiate e nemmeno i capillari.»

«Infatti, fu su Vulcano che me le feci rendere umane. Io avevo fatto la mia scelta, ma a quanto pare, non è stata accettata.»

«Siete ciò che siete e non sarà certo la forma delle orecchie a rendervi umana.»

«Io non ho nulla di vulcaniano a iniziare dal carattere...»

«Lo credete davvero?»

«Che intendete dire?»


«Chiedetelo a voi stessa. La risposta a questa domanda la potete conoscere solo voi.»

«Vi pare che io abbia il comportamento di una vulcaniana? Non ho consapevolezza delle mie emozioni. Non ripudio la violenza se provocata. Infrango tutte le regole, solo per il piacere di farlo e di mettermi costantemente alla prova. Amo la libertà in modo viscerale e non sopporto nessun condizionamento sociale. E voi pensate che io sia vulcaniana? Le orecchie hanno un che di estetico, ma sono convinta che solo l’aspetto fisico sia vulcaniano, dentro di me, sono del tutto umana.»


«Anche nel colore del sangue e nella disposizione degli organi e nella struttura dei muscoli?»

«Semplici dettagli fisici!»

«Voi rifiutate la vostra natura per partito preso, non è una scelta logica la vostra, ma una scelta indotta, che vi crea più conflitto che pace. Riflettete sulle mie parole. Tenente Comandante.» e se ne andò.


Fui sorpresa che avesse usato il mio vecchio grado e la osservai lasciare la stanza con una sensazione di gioia. Era bastato quello per ridarmi la voglia di sorridere: il ricordo dell'Enterprise!


Senza perdere tempo, mi avvicinai al computer e chiesi che mi mettesse in contatto con l’Enterprise, mi apparì sullo schermo il volto del Capitano e con viva gioia gli mostrai le orecchie. In pochi minuti, tutto d’un fiato e con un entusiasmo dirompente, gli riassunsi due settimane di permanenza sulla Soval.

Fu solo alla fine che mi accorsi di essere senza fiato e che il Capitano mi voleva fare delle domande.


«T’Ile se mi avessi lasciato il tempo di parlare, avrei evitato che tu raccontassi tutto ciò in plancia.»

«Ah… e chi c’è in plancia con lei?» chiesi con curiosità.


La visuale si allargò e con gioia vidi che tutti i miei amici erano presenti.

«Ma ci siete tutti! Spock, Scott, Bones, Uhura, Cekov, Sulu! Amici miei, come state?»

«Lo vorrei sapere da te, visto che ti hanno trovato svenuta.»

«Oh, Bones! Dev’essere stata la stanchezza. Qui si lavora a gran ritmo e ultimamente ho anche dormito poco.»

«Ci sono dei problemi?» chiese indagatore e decisi di non rivelare nulla, oltre a ciò che avevo già detto.

«No, Bones. Davvero, è tutto a posto.»

«Guarda che ora hai delle orecchie vere e se menti, lo si vede!» Mi specchiai immediatamente e notai che erano ancora di una tonalità normale.

«No, non hanno cambiato colore questa volta, quindi ho detto la verità!»

«Sarà… ma allora come mai hai il grado di cadetto?»

«Beh… perché… perché, sì, ecco… perché è solo una situazione momentanea… nulla di serio.»

«Nulla di serio, se non fosse che devi dire “sì, signore” anche all’ultimo guardiamarina salito su quella nave. Oltre che alla tua compagna di stanza. Quanto sei cambiata, se questo non t’importa più...»

«È vero! Come fai a gestire una situazione del genere?» incalzò Cekov.


Averli chiamati, invece di essere un momento di gioia, si stava trasformando in un momento di sofferenza. L’ultima domanda di Cekov mi stava facendo venir voglia di spegnere la chiamata. Non volevo discutere delle difficoltà, ma della gioia di averli potuti rivedere.


«T’Ile sei ancora in linea? Perché non rispondi?»

«Sono qui Capitano, è che ho dovuto spegnere l’audio un attimo, perché avevo sentito un rumore. Ma ora le posso parlare. Cosa mi aveva chiesto?»

«Non importa. L’importante è che tu stia bene, ti auguriamo di riconquistare ciò che hai perduto. Buona fortuna.»

«Lunga Vita e Prosperità a voi!»


Spensi lo schermo e tornai sul lettino, chiedendomi se avessero creduto alla mia scusa o se come immaginavo stessero facendo, avrebbero verificato la veridicità delle mie affermazioni. Cosa sarebbe accaduto quando avrebbero scoperto che avevo mentito? Dovetti rinviare quel quesito a un altro momento, dato che alcuni uomini della sicurezza, irruppero nell'infermeria, accompagnati dal primo ufficiale Sitral.


«Chi ha effettuato una chiamata subspaziale senza autorizzazione?» Ero l’unica in quel momento in infermeria e la domanda mi parve retorica.

«Signore, io ho solo chiamato l’Enterprise.»

«Senza autorizzazione.»

«Volevo solamente mostrare a loro le mie nuove orecchie…»

«Non è una motivazione sufficiente. Riceverai un ulteriore nota di demerito per questo. Dottoressa, può essere dimessa?»

«Sì, ma ha ancora bisogno di riposo e non può ancora riprendere il servizio attivo.»

«Vorrà dire che starà confinata nel suo alloggio e i giorni di lavoro, che perderà a stare nel suo alloggio, li recupererà nel prossimo mese.»


 

Ci volle una settimana perché recuperassi le forze e quando tornai in servizio, le maglie della disciplina e dell'efficienza si fecero ancora più serrate. Mio malgrado mi abituai, a tenere per me qualunque tipo di osservazione, a mantenere il livello di efficienza richiesta e a obbedire istantaneamente a qualunque ordine mi venisse dato. Per far ciò, imparai ad alienare la mente, a staccarmi emotivamente dall’ambiente in cui lavoravo e ad agire solo su comando. Il mio cambiamento venne notato e finii il mese con il grado di guardiamarina e gli ultimi quattro giorni delle due settimane aggiuntive, li terminai con il grado di tenente junior.


Il giorno 10/01/2265 tornai sull’Enterprise e ciò di cui mi accorsi maggiormente, fu che se anche provavo gioia nel rivederli, non riuscivo a esprimerla, se non con un imbarazzato sorriso. Tutto mi pareva strano. I rumori, le voci, ebbi come l’impressione che l’Enterprise fosse disordinata e anche l’equipaggio mi parve sciatto.


Lo dissi a Spock quella sera, il suo commento fu: «L’esperienza sulla Soval, ha dato dei risultati che non mi aspettavo tu potessi raggiungere. Hai sorpreso anche il capitano T'Rel. Mi auguro che tu mantenga questo atteggiamento anche in futuro e farò in mondo che ciò accada. La disciplina del "Codice di Comando Vulcaniano" continuerà anche sull’Enterprise. Fin da ora esigo che tu ti rivolga a me con il titolo di S’haile sia in privato che in pubblico.»

«Ehi, un momento! Ma tu sei mio fratello!»

«Irrilevante!»

«Irrilevante un corno! Hai idea ciò cosa significhi?»

«Sì, mantenere la disciplina che ha appreso ed evitare situazioni indegne e vergognose come in quelle in cui ti sei cacciata fino a un mese fa.»

«McCoy ha ragione: tu non hai cuore!»

«Ciò che dice McCoy non mi riguarda, tu sei sotto di me nella linea del comando e pertanto eseguirai gli ordini come ti ho detto poc’anzi.»

«E se non lo facessi?»

«Saresti accusata d’insubordinazione e ammutinamento.»

«Ho capito, mi vuoi mandare davanti alla Corte Marziale. Va bene accetto, ma ricordati che il "Codice di Comando Vulcaniano" vale solo per noi due. Tu, comunque continuerai a prendere ordini da Kirk.»

«Logico.»

«S’haile, buona notte.»


Lasciai il suo alloggio molto turbata e mi ritirai nel mio ero sopravvissuta all’inferno, ma sarei sopravvissuta ad uno S’haile?


Spensi la mente.

Domani sarebbe stato un altro giorno.



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