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CAPITOLO 40

DATA, 10/05/2265




Spock era venuto a darmi la buonanotte, ma prima che se ne andasse lo richiamai: «Spock.»

«Sì.»

«Sai, credo che Chapel abbia un debole per te.»

«Interessante.»

«Vuoi sapere come l’ho scoperto?»


Mi alzai su un fianco per poter dare più enfasi alle mie parole: «L’ho scoperto l’altra sera, quando parlando di te, è arrossita improvvisamente.»

«Affascinante.»

«Sai dire altro?! Una donna langue d’amore per te e l’unico commento che sai dire è “affascinante”, “interessante”?!»

«E cosa dovrei dire di diverso?»

«Senti, perché non ti fai dare qualche lezione di romanticismo dal Capitano?»


Mi rimisi sdraiata, tirando verso di me le coperte.


«Illogico, dal momento che non sono umano.»

«Già, vorrei proprio sapere cosa può trovare di affascinante la Chapel da un ghiacciolo come te. Bah, valle a capire le donne umane!»

«Del tutto illogiche.»

«Concordo.»


Voltandomi a guardarlo, potei quasi intravedere la sua espressione perplessa e la cosa mi fece sorridere. Gli avevo confuso un poco le idee e la cosa mi diede un poco di piacere, non era usuale infatti, riuscire ad avere l’ultima parola.


Il mattino seguente mi alzai di buon umore e sentendomi in forze, andai in plancia.


«Capitano.»

«T’Ile come state oggi?»

«Mi sento bene.»

«Badate a non stancarvi altrimenti poi ci dovremo sentire le lamentele di Bones.»

«Lo so Capitano, non mi stancherò.»

«Dato che Sulu ancora non è arrivato, volete prendere il timone?»

«Volentieri!»


E nell’attesa che Sulu arrivasse in plancia pilotai l’Enterprise verso le coordinate, ordinate dal Capitano. Era da tempo che non stavo al timone e apprezzai la risposta dei motori alle manovre. I gioielli di Scott parevano due leoni durante le fusa, si potevano sentire le vibrazioni sulla consolle e la tentazione di svegliarli, sprigionando la loro energia, era tanta. Guardai verso il Capitano, ma egli era impegnato a firmare alcuni verbali e in quel momento dal turboascensore uscì Sulu. Sebbene malvolentieri, gli cedetti il posto. Sentendomi di troppo, mi spostai alla postazione scientifica.


«Ho un lavoro per te.»

«Sì?»

«Ho raccolto dei dati interessanti su questo pianeta, approfondiscili e fammi avere un rapporto.»

«Entro che ora?»

«Se riuscissi per le dodici e trenta, sarebbe soddisfacente.»


Guardai il dischetto che stava tra le mie dita, con ben poco entusiasmo. Sospirando, guardai verso Uhura che sorrise capendo il mio stato d'animo.


«Voi Uhura avete un sorriso che scalda anche le pietre...» poi a voce più bassa, aggiunsi «Qui vicino invece, avete uno che le saprebbe far gelare.»


 

Un colpo di tosse, mi avvertì che il messaggio era stato recepito e con solerzia mi affrettai verso il turboascensore. Ma, un messaggio mi raggiunse lo stesso: «Sii prudente... Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.»


Non mi feci più vedere fino all’ora di pranzo, quando gli consegnai il rapporto, che lesse in mia presenza nel suo alloggio. In realtà, la mia presenza fu relativa, perché, prima una crisi di tosse e poi un’inizione di McCoy mi stesero ko sul suo letto e in uno stato di dormiveglia seguii ben poco di ciò che stava leggendo.


«Come stai?» mi chiese avvicinandosi al letto.

«A parte la sensazione di avere una spada infuocata in gola e carboni ardenti in petto, per il resto sto bene.»


Mi toccò la fronte.


«Tu hai la febbre!»

«No, Spock. Non chiamare McCoy.»

«Illogico, dal momento che stai male.»

«Dannazione Spock, sono quelle sue da nate iniezioni che mi fanno salire la febbre! Se lo chiami mi farà stare ancora peggio!»

«Che gli intrugli di McCoy diano il voltastomaco, lo so. Ma, è l’unico che può farti star meglio.»


E così sebbene le mie accorate proteste, chiamò Bones e quando vidi per l’ennesima volta l’hypospray, balzai giù dal letto.


«No, non la voglio! Non mi farete un’altra iniezione di quella roba!»

«Calmati, non ti farà nulla.»

«Oh, lo dite sempre e poi non è mai vero!»

«Ti devo abbassare la febbre!»

«Piuttosto una doccia gelata, che quell’intruglio!»

«Senti, sono un dottore non uno stregone!»

«Non ne sono così sicuro...»

«Non s’intrometta anche lei Spock, piuttosto, faccia qualcosa per tenerla ferma.»


Quando riaprii gli occhi, mi sentii meglio, anche se con uno strano gusto in bocca.


 

«Computer alza la luminosità.»


Le luci si alzarono ero ancora nell'alloggio di Spock, ma lui non c’era. Quindi mi alzai per vedere l’ora: le diciotto zero zero. Accesi lo schermo e mi misi in contatto con Uhura.


«Uhura sapreste dirmi dov’è Spock?»

«È qui in plancia.»

«Potrei parlare con lui?»


Rimasi un attimo di attesa, poi prese la chiamata.


«Che è successo? Perché mi hai stordito con la presa vulcaniana?»

«Non volevi fare l’iniezione di McCoy. Come stai?»

«A parte un gusto sanguigno in bocca e un fastidioso dolore al collo, per il resto, bene.»

«McCoy ha ordinato che tu stia a letto, fino a ora di cena.»

«Immagino di dover obbedire...»

«Mi sembra logico.»

«Credo invece, che andrò nel mio alloggio, a farmi una bella doccia con acqua calda...»

«Come vuoi. Spock chiude.»


La doccia fu un vero toccasana, solitamente facevo quella sonica, più pratica ma, molto meno rilassante.

Poi, mi preparai per la cena ed essendo fuori servizio, dal replicatore feci uscire un bel completo blu alla marinara, bordati di bianco sia la blusa, che i pantaloni. In capo mi misi il cappello coordinato e così vestita scesi a cena.


«Come siamo eleganti questa sera!» mi disse Bones appena mi vide.

«Avevo voglia di qualcosa di classico.»

«Oh, lo vedo e ti sta molto bene.»

«È una riproduzione fedele di un modello apparso in un film italiano, negli anni ‘60 del XX secolo.»

«Oh, hai fatto una ricerca accurata.»

«Mi ha aiutato Quattrocchi.»

«Oh, certo. Il nostro storico e archivista di bordo è una fonte inesauribile, d’informazioni vetuste. E ti ricordi il titolo del film?»

«“Gian Burrasca”. Tratto dall'omonimo libro di Luigi Bertelli, meglio conosciuto con lo pseudonimo di “Vamba”.

«Il titolo promette bene. Hai raccolto notizie sulla trama?»

«Logico!»

«Ti prego, non usare quella parola!»

«Va bene. Dunque, il libro e anche il film narrano le avventure di questo ragazzino che si chiama Giannino Stoppani, ma che tutti chiamano “Gian Burrasca” a causa dei vari guai che combina...»

«Ah, il tuo alter ego insomma!»


E scoppiò in una sonora risata che mi fece talmente sentire in imbarazzo che presi il mio vassoio e cambiai tavolo. Verde in volto, cercai di non dar peso alle grasse risate del dottore, almeno fino a quando non comparirono Spock e il Capitano.


 

«Bones sta male?»

«Jim, macché male! Non mi sono mai sentito meglio!»


E ridendo ancora piegato in due, rubicondo in viso, mi indica. Un sorriso imbarazzato volgo ai loro sguardi perplessi, finché fra le risa del dottore non odo un nome: «Gian Burrasca!»


A quel punto scocciata mi alzai e feci per andarmene, quando il Capitano mi fermò e mi guardò con un’espressione, che faceva trasparire lo sforzo che stava facendo, per non scoppiare a ridere.

Mi voltai verso Spock, l’unico che pareva indifferente a tutta la scena.


«Capitano posso andare?»

«No, aspetta...» cercò di ricomporsi e di ricomporre Bones «McCoy le ordino di smetterla di ridere. Si ricomponga e abbia rispetto.» Ma, quando si voltò nuovamente verso di me, dovette imporsi di rimanere serio.


«Venite, andiamo in sala riunioni.»


In sala riunioni McCoy riuscì a calmarsi e a riprendere il controllo.


«Si può sapere cos’è successo e cosa vuol dire quel nomignolo che avete usato? Qual’era Spock?»

«Gian Burrasca.»


McCoy questa volta riuscì a controllarsi.


«Bones, perché avete chiamato T’Ile con quel nome?»

«Glielo posso spiegare io Capitano?» chiesi al limite della pazienza.


«Dite pure.»

«Questa sera, ho avuto l’infelice idea d’indossare questo abito, a seguito del fatto che in questi giorni dovuti alla scarsa attività lavorativa, con Quattrocchi, ho affrontato l’affascinante tema della filmografia italiana. Dalla filmografia, allo studio degli abiti e della loro contestualizzazione storica, il passaggio è stato logico. Nella ricerca, ci siamo soffermati sulla moda alla marinara (tanto in voga da fine XIX alla prima metà del XX secolo) e cercando ci siamo soffermati su un film “Gian Burrasca” andato in onda negli anni ‘60 del XX secolo e ambientato tra Firenze e Roma a inizio ‘900. Stavo narrando la trama di questo film, che poi è tratto dall’omonimo libro, che Bones è scoppiato a ridere, dicendo che “Gian Burrasca” è il mio alter ego.»


 

«Bones?»

«Sì, Jim è vero. D’altronde quando T’Ile che mi ha detto che “Gian Burrasca” è il soprannome dato al protagonista, che si chiama Giannino Stoppani, perché si mette costantemente nei guai: l’analogia mi ha fatto perdere il controllo. Ma, non volevo mancare di rispetto. È solo che ho trovato la cosa, estremamente divertente.»

«Sinceramente, la sottoscritta, si è divertita un po' meno.»

«Ti fossi comportata in modo più maturo e responsabile, non avresti certamente dato adito a poco edificanti paragoni.» aggiunse Spock

«Inoltre, T’Ile per tutto il rispetto che possiamo avere nei tuoi confronti, sia a livello personale che professionale, ma tu non dimostri fisicamente trentadue anni. Se uno ti guarda e non sa, te ne dà come minimo, dieci di meno.» commentò Bones.

«E secondo me, questo fatto dell’età, vi fa gioco per prendervi delle libertà, che non vi dovreste prendere.»

«Per quelle libertà Capitano, non ho forse pagato come meritavo?»

«Non sempre. Ci sono state delle volte che avresti meritato l’espulsione dalla Flotta, ma te l’ho evitata perché hai dimostrato, di possedere qualità rare, anche tra gli ufficiali più decorati. Devo dire, che il periodo in cui hai prestato servizio sotto il “Codice di Comando Vulcaniano”, è servito a renderti più consapevole del tuo ruolo e grado e dopo le due ultime missioni, hai acquisito maggior senso di responsabilità e hai migliorato notevolmente la tua condotta. Per alcuni mesi ancora, non potrai svolgere il normale servizio, quindi t’invito caldamente a seguire le disposizioni del dottore, senza cercare scuse o scappatoie, per evitare esami o iniezioni. Avete inteso?»

«Sì, signore.»


Feci per andare, quando Kirk aggiunse: «Comunque il completo vi sta bene. Tra l’altro, fa parte della nostra storia, quindi quando volete indossatelo, sicuramente farete felice il signor Quattrocchi.»

«Purché, non senta più nessuno chiamarmi “Gian Burrasca”.»

«Va bene Gian… ehm… Gianni… ehm, T’Ile.»


Bones aveva ancora voglia di scherzare. Quando fui nel mio alloggio, smaterializzai il completo e rinominai il file con le specifiche, del replicatore, con il nome “Gian Burrasca”. A imperitura memoria dell’imbarazzante serata, appena conclusa.


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