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CAPITOLO 43

DATA, 24/12/2266

Oggi Vigilia di Natale, abbiamo trascorso la giornata a provare i brani del concerto per domani sera. L’emozione tra l’equipaggio è palpabile, però tutti hanno dato il massimo: l’Enterprise risplende e il morale è alto. Alle ore quindici e quarantadue siamo giunti alla stazione K-27 e ad aspettarci al portello di attracco tre, abbiamo trovato l’ambasciatore Sarek e sua moglie. Per la sorpresa, quando me li trovai davanti, per poco non mi venne un infarto! Anche il Capitano parve sorpreso di vederli, difatti si profuse in saluti alquanto imbarazzati, che fecero sollevare un sopracciglio d’impazienza a Sarek. Notando quel dettaglio, gli occhi dell'ambasciatore si spostarono da lui a me e sotto quello sguardo, mi irrigidii che lo salutai alquanto meccanicamente, facendomi sembrare più un automa che una persona. Fortunatamente rispose al saluto con la solita pacatezza e ciò mi fece rifiutare, non appena mi ebbe dato le spalle. Mi sentivo comunque a disagio e preferivo tenermi a distanza dal gruppetto che mi precedeva, mentre camminavamo nella passeggiata principale della stazione. Continuavo a ripetermi di rilassarmi, ma invece di ottenere l’effetto desiderato, la tensione aumentava sempre di più, tanto che non mi accorsi di una persona che mi aveva attraversato la strada e così ci scontrammo. «Ehi! Guarda dove cammini!» «Scusami...» Fu in quel momento che i nostri occhi s’incontrarono… «Scusami… io, non ti avevo visto...» «No, non è colpa tua… sono io che ho attraversato la passeggiata di corsa… Tu sei vulcaniana!» «Sì, mentre tu sei un umano! Come ti chiami?» «Maverik. Guardiamarina Maverik Vick… signore…» Si era accorto solo in quel momento dei gradi riportati sulla manica della mia uniforme e non so per quale motivo, ma la cosa mi mise in imbarazzo, tanto che misi le mani dietro la schiena, come a voler nascondere quel dettaglio. «Maverik, quanti anni avete?» «Ventisette anni terrestri, signore.» «Allora, dato che sono in licenza e siamo pure alla Vigilia di Natale, i gradi non avranno valore almeno in questi giorni di Festa e noi ci daremo del tu, come buoni amici. Ti va?» Gli allungai la mano in segno di accordo e lui con un radioso sorriso me la strinse. Gli misi un braccio attorno le spalle e come due amici di vecchia data, riprendemmo a camminare parlando del più e del meno. Tanto eravamo immersi nella nostra conversazione che non mi accorsi che il gruppetto del Capitano, Spock, Sarek e consorte si erano fermati e io e Maverik li superammo allegramente, fischiettando e ridendo come monelli su un ritornello delle tante canzoni che avremmo eseguito al concerto. Fu Maverik a qualche metro di distanza a fermarsi chiedendomi elettrizzato: «Ma quello erano il Capitano Kirk e il Comandante Spock?!» Alchè ci voltammo e una dozzina di occhi ci stavano osservando, ma solo un paio di quelli mi interessarono davvero. «Capitano, Spock mi spiace interrompere qui la nostra conversazione ma io e mia moglie dobbiamo andare, il viaggio è stato lungo e abbiamo bisogno di ritirarci. Spock, se il Capitano lo consente, potresti venire con noi, avremo da parlarti.» Seguii con lo sguardo l’intera conversazione, vidi Kirk dare licenza a Spock e vidi Spock seguire i genitori, non uno sguardo nella mia direzione, non un gesto… Improvvisamente mi sentii triste. Fu Kirk a venirci incontro. Maverik non credeva ai propri occhi e credetti si gettasse ai piedi di Kirk per venerarlo, il che mi fece sorridere. Kirk dal canto suo si sentiva già troppo osservato e ci condusse ad un locale della passeggiata, facendoci accomodare in un tavolino appartato. Kirk da buon capitano, cercò di rilassare l’atmosfera e avviò una conversazione leggera, cosicché Maverik si potesse rilassare e iniziare a raccontare di sé. Fu così che venni a sapere che Maverik aveva i genitori che facevano entrambi parte della Flotta Stellare. Sua madre era xenobiologa e suo padre un cartografo; sua madre era tenente e suo padre comandante. I suoi genitori lavoravano sulla stessa astronave, mentre lui, diplomato all’Accademia l’anno precedente, era stato assegnato alla Stazione K-27 come guardiamarina presso la sezione di ingegneria, anche se sognava di passare a quella comando. Fu alquanto sorpreso di venire a conoscenza di quale famiglia facessi parte, cercai di minimizzare, ma lui invece ne era talmente affascinato, che facendosi trasportare dall'entusiasmo si fece anche scappare delle domande alle quali preferivo davvero non rispondere e difatti glielo feci notare. «Scusatemi non volevo offendervi…» «Mi verrebbe da risponderti che i Vulcaniani non si offendono.» Il mio tono secco fece cadere il silenzio per qualche secondo finché non fu il Capitano a interromperlo: «Maverik se non ti dispiace vorrei parlare in privato con la mia ufficiale…» «Certo Capitano. T’Ile quando vuoi… sai dove trovarmi.» Ci salutammo e seguii Maverik con lo sguardo finché non uscì dal locale. «Cos’è nato fra voi due?» «Nulla che io sappia! Al massimo una conoscenza?» «Sicura?» «Capitano, crede che non sappia riconoscere un’emozione?» «Uhm… se lo dici tu, allora sarà così!» «Capitano, conosco quel tono è lo stesso che usa Bones quando vuol far sottintendere qualcosa: sia schietto per favore.» «T’Ile, ho più anni di te e ne ho vissute di avventure… pertanto so riconoscere un sentimento da una sfumatura dello sguardo e tu potrai anche nascondere certe cose a te stessa, ma non a me e… neanche a Sarek.» «Sarek!? Sarek ora sta parlando con Spock! Chiederà di nuovo che sia trasferita su una nave vulcaniana o che Spock diventi nuovamente il mio S’haile?» «Non succederà nulla di tutto ciò! Tu sei sotto il mio comando e i vulcaniani non interferiranno nuovamente! Se ti vuoi comportare da umana, per me non ci sono problemi! Lo sei per metà ed è ora che lo si accetti!» «Capitano, nessuno le toglierà alcun membro!» - si sentì la voce di Sarek scandire quelle parole da dietro le mie spalle - «Ma T’Ile è anche mia figlia ed è per metà vulcaniana: la parte più visibile, tra l’altro. Quindi, in quanto T’Ile in licenza e in quanto mia figlia, ella non parteciperà al concerto di domani sera, ma rimarrà in meditazione nel mio alloggio, assieme a me.» Lo guardai sconcertata, ma prima che potessi rispondere, lo fece in mia vece il Capitano: «Mi spiace deluderla ambasciatore, ma T’Ile ha un ruolo troppo importante nel concerto di domani sia come corista che come solista e non è possibile nemmeno una sua sostituzione, pertanto il concerto ella lo farà.» Guardai negli occhi il Capitano in segno di gratitudine, ma egli non aveva ancora finito il suo discorso. «Tuttavia T’Ile è sua figlia e pertanto io non mi posso intromettere nella sua educazione, quindi se vorrà trascorrere del tempo in meditazione con lei, lo potrà fare da ora fino alle prove del coro di domani pomeriggio alle ore quattordici e venticinque terrestri. Alle ore quattordici e trenta vorrò vedere T’Ile nella sala prove dell'Enterprise.» «Ma Capitano…» osai protestare. «Nessun ma! Ubbidirete da ora, a vostro padre.» «E Maverik?» «Oh, il tuo amico lo avviserò io stesso.» Non capii il tono del Capitano, mi suonò strano alle orecchie, in compenso mi suonò chiarissimo il tono di voce di mio padre, che con severa gravità mi disse: «Seguimi!» E così come un condannato segue sul patibolo il proprio boia, io seguii Sarek e alle mie spalle, Spock. Quando giungemmo nei pressi dell’alloggio solo io e Sarek entrammo. Tutto era già stato predisposto per la meditazione e l’ambiente in penombra dai colori rossastri e neri, me lo facevano sembrare il vestibolo dell’Inferno, più che un luogo di meditazione e pace interiore. «Inginocchiati.» Senza replicare m’inginocchiai su uno stuoino posto a fianco al suo e Sarek iniziò il rituale.

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